Rebecca

Ti ricordi il giorno in cui ti ho conosciuta? Sicuramente lo ricorderai. Era un freddo mercoledì, anzi no, uno di quei giorni ibridi; fuori era un po’ nuvoloso con qualche goccia di pioggia che si faceva sentire a tratti, ma il risultato era identico: uno schifo. Avevo appena litigato con i miei genitori per le solite questioni e mi ero messo, come sempre, lì al computer; un po’ triste e un po’ arrabbiato, perché tanto di studiare non se ne parlava affatto e per l’esame finale di giugno non ero minimamente preoccupato. Proprio in quel momento di crisi esistenziali e dopo aver acceso il computer, non senza difficoltà, ho trovato un tuo messaggio e-mail e uno di Carlo.

Già, lo ricordi Carlo? Sì, esatto, il mio amico, il mio fratello mancato; non un fratello qualsiasi, ma uno di quelli da cui non ti separeresti mai; il tuo confidente fidato, quello che scambiano per te, quello con cui parli con gli occhi e che finisce le tue frasi e che ti copre le spalle incurante del pericolo. L’amico che magari è capace di sfotterti per un giorno intero, ma che smette non appena la cosa non ti fa più ridere; quello che ha la parola giusta al momento giusto e che ti ammira per quello che fai, per quello che sei e che da te è ammirato. Un vero amico.

Sembrava così strano che anche tu avessi l’indirizzo e-mail come il mio, quel truelove@qualcosa che sapeva di ridicolo se appiccicato a un maschio, ed era il mio caso, ma era una bomba se dietro c’era una ragazza. Almeno io la pensavo così. Una ragazza, cacchio. Quel tuo primo messaggio lo conservo ancora oggi nei meandri del mio hard disk, per poi rileggerlo in “quel giorno”; ti sembrerà ridicolo, ma è lì e ha molto più significato di tutti quei programmi inutili che il mio computer custodisce gelosamente, quasi ci tenesse a conservarli. Insomma, nonostante fossi “quasi sposato” come dicevano i miei amici, ti ho risposto e non perché avessi intenzioni strane sai.

La tua seconda e-mail in risposta alla mia: è andata così, quasi per caso; non è in questo modo, dopotutto, che vanno le cose? Nuovamente in risposta alla tua, tu alla mia e i tuoi discorsi su quello del tuo paese che tentava di avere un appuntamento da te, mentre avevo già quella sensazione di gelosia che non riuscivo a spiegarmi, ma che non avevo il coraggio di fartelo sapere.

Ti ricordi anche tutte quelle discussioni sui cartoni animati? Sì, sul mio fumetto giapponese preferito e anche il tuo; sulla politica, sulla tua università e che figata parlare di musica anni ‘80 e ‘90 con te: i Duran Duran troppo forti, e tutto il resto.

Tu mai banale, sempre sottile e una spanna sopra di me che ogni tanto, nello scrivere, scadevo nel volgare; sempre sopra le righe, anche quando ti scrivevo che avevo le palle girate e la luna storta, tu mi facevi subito tornare il buonumore con il tuo ottimismo e quella firma buffa che eri solita includere alla fine di ogni e-mail. Sì Rebecca, eri buffa, ma tagliente come un coltello.

La mia fidanzata non sospettava nulla e poi mai gliel’avrei detto: doveva essere il nostro segreto; in ogni caso non avrebbe potuto scoprirlo, perché lei conosce internet come io conosco il funzionamento dell’intestino crasso dei pipistrelli, ammesso che ne abbiano uno e, inoltre, era solo una cosa platonica, vero? Certo, mi scrivevi T.V.B. prima della tua firma buffa, credendo magari che non ci avrei fatto caso, ma rimaneva solo un flusso di dati trasportato da linee telefoniche e nulla più.

T’immaginavo brutta e grassa, ma con una mente e una carica di simpatia che compensava il deficit esteriore; l’unica mia legge, non rivelatati, è che non può esistere una ragazza così raffinata, colta e pure bella e se fosse mai esistita da qualche parte, mai l’avrei incontrata io: già, se solo avessi saputo; comunque, non avrei mai spezzato quel magico equilibrio fatto di cuori disegnati nel linguaggio macchina ASCII e ogni volta che me li facevi, io ridevo e pensavo che mai ti avrei vista.

Fino a quando non mi hai mandato quella e-mail:

“Dolce Max, sicuramente sabato sarò dalle tue parti per lavorare alla mia tesi: possiamo vederci? Avrò l’occasione di vedere il tuo viso e di guardare i tuoi occhi, naturalmente se anche tu lo vorrai… s’intende”.

E no, cacchio, non me lo dovevi fare Rebecca; io che fatico una vita a costruirmi equilibri e certezze, poi arrivi tu e che mi combini? Mi demolisci da cima a fondo con una e-mail. Cuore, batticuore e palpitazioni. Il mio cuore era così spaventato che avrebbe preferito essere il cuore di un camionista, con tutto il rispetto per i camionisti, piuttosto che il mio in quel momento; preso da quell’attimo d’incoscienza, ti ho risposto che potevi contarci.

Prendo il treno. Era un sabato come tanti.

Dopo due ore di tran-tran sui binari, con uno di fronte a me arrabbiato perché “il Marco” non era salito e lui aveva appena comprato una Porche in Germania perdendoci tanti soldi; io che consultavo la pagina economica del Corriere della Sera, così per darmi un tono, ma con l’occhio sbirciavo lo sport e Roberto Baggio non mi giocava profilandosi l’ennesima sconfitta fantacalcistica; finalmente arrivo a destinazione e che caldo: iniziava appena l’estate.

Arrivi da lontano e io che credevo fossi solo una ragazza carina qualsiasi, di passaggio, chissà per quale destinazione; quel groppo in gola che si andava formando man mano che tu ti avvicinavi, fino a quando non sei arrivata vicino e mi hai sorriso. Il tuo sorriso, misto al tuo profumo. Non facevo altro che pensare alla tua reale esistenza, incredulo, mentre il mio cuore faceva pam-pam a una velocità pazzesca, neanche fosse un martello pneumatico; eppure non arrossivo e cercavo di darmi un contegno, sperando di essere pettinato.

Come posso, amabile Rebecca, dimenticare la luce dei tuoi occhi verdi penetranti, in accoppiata a quel sorriso complice che mi faceva impazzire? Su e giù per la città e il McDonald’s e la guerra con i cetrioli degli hamburger, mentre io guardavo solo te e i tuoi orecchini a forma di stella. Ricordo quella sensazione, durante i saluti finali, quando mi hai sussurrato: «Ti telefono» e le tue labbra hanno sfiorato le mie; giuro, in quel momento ho calcolato la distanza che ci separava: tre millimetri. Il Paradiso non è mai stato così vicino.

La sera stessa mi hai chiamato e altro che e-mail, quella era la tua voce vera. Tre giorni dopo, un altro appuntamento. Nuovamente il treno, ma questa volta il viaggio è stato brevissimo; la mia mente stava già fantasticando.

Io e te abbracciati per le vie della città, guardando i negozi dei ricchi; ricordi la figuraccia con la commessa del negozio di musica? Tu che mi guardavi, sorridevi e mi stringevi. Quel lungo bacio davanti al “binario 7” che quasi la gente ci applaudiva e ci fotografava; lì ho osservato con attenzione il tuo viso e quel tuo leggero sorriso che aleggiava sulle tue labbra: come può una bocca avere un aspetto allo stesso tempo tanto innocente e peccaminoso? Ti sei guardata attorno, mi hai afferrato e stretto a te; le nostre labbra si sono unite in un lungo momento di passione; le nostre lingue si sono cercate in un vorticoso insieme di sensazioni. In pochi giorni ero già pazzo di te.

Inesorabilmente innamorato, tanto che non ero più interessato a nulla; al punto di lasciare, così su due piedi, la mia ragazza, senza un perché e senza neanche un “mi dispiace”; anni di certezze crollati in una telefonata di pochi minuti, lapidaria: «Amo un’altra» e giù singhiozzi dall’altra parte della cornetta.

Tu che poi mi hai dato quello schiaffo perché: «Scemo, non si trattano così le ragazze che ti amano». È stata la prima e unica volta che ti ho visto veramente arrabbiata, però, lo sentivo che in fondo eri sollevata; e poi quel tuo abbraccio forte. No, non mi hai fatto male con quello schiaffo.

Quanti treni ho preso per venire da te che m’invitavi a dormire quando i tuoi erano fuori: ti ricordi la “prima volta”? Come dimenticare i tuoi baci profondi e insistenti e la tua lingua che scopriva la profondità e la dolcezza della mia; potevo sentire il tuo cuore che batteva forte nel petto per l’eccitazione e la tensione. Un’onda si è abbattuta su di noi e spazzato via tutti i dubbi e le indecisioni che ci avevano attanagliato fino a quel momento, e fummo semplicemente, fortemente, potentemente travolti. Ci tenemmo stretti con furia, con pari passione, mentre esploravamo a vicenda i nostri corpi, muovendoci, mordendoci affamati, allungando le mani ovunque per soddisfare il desiderio ardente.

«Ti amo».
«Sei unica».

E poi ti ricordi quell’altra volta cosa abbiamo combinato in giardino noi due? Tu che poggiavi la tua testa sulla mia spalla e chiudevi gli occhi senza dire niente. Il tempo sembrava essersi fermato, mentre io e te vivevamo un’eterna adolescenza, con tutte quelle discussioni sui film che ci piacevano; e quando venivi da me: «Però non a dormire, altrimenti i miei m’impalano». A Verona lo ricordi? Per toccare “la tetta” alla statua di Giulietta e quel “ti amo”, ti giurò non lo dimenticherò mai. Stupendo. Sublime.

Fino a “quel giorno”, quando davanti a quel negozio di abiti da sposa, forse pioveva o forse c’era il sole, ti piaceva quello bianco lunghissimo; ti ho guardata negli occhi: «Un giorno lo indosserai davanti a me».

Non potrò mai dimenticare il tuo sguardo, con quegli occhioni verdi e lucidi, a causa di quelle lacrime che mai avresti versato pur di non rattristarmi ulteriormente; mi hai accarezzato così, dolcemente, senza dire nulla. Sai, solo adesso ho capito il significato di quell’insieme di sensazioni provate; ogni volta che rileggo la tua ultima e-mail, anche adesso che sei solo un flusso di dati interlacciati in mezzo a tanti programmi inutili, adesso che ascolto Unforgiven dei Metallica che ti piaceva tanto, penso a te che non ci sei più e forse non ci sei mai stata.

[Testo integrale e-mail]

Ciao Max,
finalmente ci sei arrivato vero? Mi dispiace, sai, che debba finire così. Vorrei essere reale, esistere veramente e non solo nella tua fantasia, piccolo mio; non puoi lasciare tutto quello che hai, per inseguire me. Devi tornare a studiare, a vivere la tua vita giorno per giorno senza aver paura di affrontare il mondo, perché io ti conosco e so che puoi farcela. Un giorno cresceremo io e te. Tu cambierai. Avrai un lavoro e una vita reale e, forse, non leggerai neanche più i fumetti giapponesi che tanto ti piacciono, perché non ne avrai il tempo o la voglia e, chissà, metterai tutto lì in soffitta insieme a tanti ricordi di quando avevi vent’anni. Forse ti sarai dimenticato anche di me.

Io non esisto così come mi hai visto finora, ma sarò in tutte le donne che incontrerai e in ognuna di esse troverai una parte di me che hai amato, così io vivrò per sempre dentro di te. Una sola cosa ti chiedo: non smettere mai di sognare e conserva quel tuo spirito bambino che mi coccolava quando ero triste e sapeva farmi volare.

Non rinunciare alla tua fantasia, anche quando ti accorgerai che molti sogni non si avvereranno; la vita è così e tu la devi dominare, costruendola da solo. Sono sicura che ne sarai capace. Addio amore mio, è ora di tornare alla realtà.

Non ti dimenticherò mai.

Tua per sempre,
Rebecca

Regno della Fantasia, terza porta a destra. Rebecca è seduta di fronte al Gran Maestro e le lacrime solcano il suo bellissimo viso.
«Che hai Rebecca, piangi ancora per lui?».
«Sì, Grande Maestro».
«Non riesci a dimenticarlo, vero?».
«No, non posso, non riesco».
«Non essere così triste, non ne hai motivo» disse il Maestro sorridendo e
sicuro delle sue parole.
«Perché Grande Maestro, spiegatevi meglio».
«Anche lui ti pensa sempre, sai? È consapevole che tu possa continuare a
vivere dentro il suo cuore, ma quello che ignora è che può farti vivere cento,
mille volte, come ha già fatto scrivendo questa storia: basta che lo voglia e tu gli
apparirai, nei suoi sogni, ogni volta che vorrà.
«Vivrete tantissime storie fantastiche, perché nei sogni tutto è possibile» continuò il Maestro «Non è necessario che sia tutto vero, avvolte le cose accadono anche se non sono realmente avvenute; è questo il suo più grande potere: creare.
«Creare un intero universo con la sua mente, così concreto e tangibile da poter essere abitato dai sui sogni. Non è meraviglioso?» e prendendo la mano della tenera Rebecca «E non credere che poi svanisca, assolutamente, resterà accanto a lui, aleggiando nell’aria, per sempre».
«Per sempre?» domandò Rebecca, guardando il Gran Maestro con quegli occhioni verdi pieni di speranza e sentimento e asciugandosi le lacrime che continuavano a scendere perentorie sul suo viso.
«Per sempre».

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